Amarone della Valpolicella: la storia dell’errore che ha cambiato il vino italiano

Amarone della Valpolicella: l’errore che ha fatto la storia

Siamo in Veneto, tra le colline della Valpolicella, negli anni Trenta del Novecento. In quel periodo la produzione locale era concentrata quasi esclusivamente sul Recioto, un vino rosso dolce ottenuto da uve lasciate appassire dopo la vendemmia.

Amarone della Valpolicella Classico DOCG 2015 Bertani.

La nascita dell’Amarone: un errore diventato leggenda

Nel 1936, presso la Cantina Sociale Valpolicella, oggi Cantina Valpolicella Negrar, il cantiniere Adelino Lucchese si imbatté in una botte di Recioto dimenticata.

Assaggiandola, si rese conto che il vino al suo interno aveva continuato a fermentare ben oltre i tempi previsti, trasformandosi in un vino secco, lontano dalla dolcezza del Recioto tradizionale.

Si rivolse così al presidente della Cantina, Gaetano Dall’Ora, pronunciando una frase diventata leggenda:
«Questo non è un amaro, è un Amarone», da qui nacque il nome.

Quali uve si usano per l’Amarone della Valpolicella?

L’Amarone viene prodotto esclusivamente nella zona della Valpolicella, utilizzando vitigni autoctoni:

  • Corvina
  • Corvinone
  • Rondinella

Il processo di produzione: l’arte dell’appassimento

La produzione dell’Amarone è lunga e richiede grande attenzione.
Dopo la vendemmia, le uve vengono lasciate appassire per 3 mesi, quindi vinificate e affinate a lungo.

Appassimento delle uve.

Com’è l’Amarone della Valpolicella al palato?

Potente ma equilibrato, con una struttura importante e una lunga persistenza.

Con il tempo è diventato un simbolo dell’enologia italiana ed emblema della Valpolicella.
E col senno di poi, possiamo dirlo: è stato l’errore perfetto.


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