
Amarone della Valpolicella: l’errore che ha fatto la storia
Siamo in Veneto, tra le colline della Valpolicella, negli anni Trenta del Novecento. In quel periodo la produzione locale era concentrata quasi esclusivamente sul Recioto, un vino rosso dolce ottenuto da uve lasciate appassire dopo la vendemmia.

La nascita dell’Amarone: un errore diventato leggenda
Nel 1936, presso la Cantina Sociale Valpolicella, oggi Cantina Valpolicella Negrar, il cantiniere Adelino Lucchese si imbatté in una botte di Recioto dimenticata.

Assaggiandola, si rese conto che il vino al suo interno aveva continuato a fermentare ben oltre i tempi previsti, trasformandosi in un vino secco, lontano dalla dolcezza del Recioto tradizionale.
Si rivolse così al presidente della Cantina, Gaetano Dall’Ora, pronunciando una frase diventata leggenda:
«Questo non è un amaro, è un Amarone», da qui nacque il nome.

Quali uve si usano per l’Amarone della Valpolicella?
L’Amarone viene prodotto esclusivamente nella zona della Valpolicella, utilizzando vitigni autoctoni:
- Corvina
- Corvinone
- Rondinella
Il processo di produzione: l’arte dell’appassimento
La produzione dell’Amarone è lunga e richiede grande attenzione.
Dopo la vendemmia, le uve vengono lasciate appassire per 3 mesi, quindi vinificate e affinate a lungo.

Com’è l’Amarone della Valpolicella al palato?
Potente ma equilibrato, con una struttura importante e una lunga persistenza.





