Perché si spruzza Champagne sul podio? La vera storia della tradizione nei motori

Un rito che oggi diamo per scontato

Oggi vedere i piloti spruzzare Champagne dopo una vittoria sembra la cosa più naturale del mondo. È uno di quei momenti “obbligatori” del podio: la bottiglia che esplode, il vino che vola nell’aria, il pubblico che esulta.

Ma come nasce?

Ha un’origine precisa, quasi accidentale, e proprio per questo ancora più affascinante.

Piastri–Norris–Leclerc – Formula 1 Moët & Chandon Belgian Grand Prix 2025

L’episodio che ha acceso la scintilla (Le Mans 1966)

La tradizione comincia alla 24 Ore di Le Mans del 1966. In quell’occasione il pilota svizzero Jo Siffert ricevette in regalo una bottiglia di Champagne.

Durante i festeggiamenti, complice il calore dei motori appena spenti e un sole particolarmente intenso, il tappo saltò da solo finendo addosso alla folla intorno al podio.

Jo Siffert durante una gara

Il gesto che l’ha resa un’icona (Le Mans 1967)

L’anno dopo, sempre a Le Mans, il pilota americano Dan Gurney, vincitore della gara, prese la bottiglia di Moët & Chandon destinata al brindisi ufficiale e ricordando ciò che era successo nel 1966, decise di ripetere la scena di proposito: agitò la bottiglia e spruzzò Champagne ovunque.

Colpì tutti: spettatori, giornalisti e perfino Henry Ford II. Fu un gesto spontaneo, esuberante, contagioso. E da lì nacque la tradizione.

Dan Gurney – Le Mans, 1967

Perché questa tradizione ha conquistato il mondo

Perché trasformò un semplice brindisi in spettacolo, un gesto di gioia e di condivisione che diventò subito simbolo di vittoria.

Marc Márquez – MotoGP Gran Premio di Germania 2013

Dalla Le Mans alla Formula 1: un rito senza tempo

Da allora il rito non ha più abbandonato il mondo dei motori.
Negli anni si è spostato dalla Le Mans alla Formula 1, al MotoGP, fino alle celebrazioni sportive di ogni tipo. Cambiano i piloti, le piste, le epoche, ma quel momento resta identico: nessuna vittoria sembra davvero completa senza lo Champagne che piove sul podio.

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