Struttura, persistenza, freschezza: come parlare la lingua del vino (senza essere sommelier)

Capita spesso, durante una degustazione o leggendo la descrizione di un vino, di imbattersi in parole come struttura, persistenza, morbidezza o freschezza.
Sono termini ricorrenti, quasi inevitabili, nel linguaggio del vino.

Ma cosa raccontano davvero?
E soprattutto: servono solo agli addetti ai lavori o aiutano anche chi beve per piacere?

In realtà, questo vocabolario non è pensato per complicare l’esperienza, ma per descrivere con precisione ciò che sentiamo nel calice. Vediamolo insieme….

Il vocabolario del sommelier

La struttura

Struttura è la sensazione di “presenza” che il vino ha in bocca.
Un vino strutturato è pieno, ricco, intenso: occupa il palato e non passa inosservato.
Per intenderci: è un vino che entra in scena con decisione, un po’ come Russell Crowe ne Il Gladiatore.

Russell Crowe ne Il Gladiatore

La persistenza

Persistenza: quanto dura il ricordo del vino.
La persistenza misura quanto a lungo rimangono le sensazioni aromatiche dopo aver deglutito.
Se il gusto svanisce subito, la persistenza è breve. Se invece resta per diversi secondi, accompagnando il finale, allora il vino è persistente.
È come una grande colonna sonora: pensi che sia finita, ma continua a risuonare. Proprio come quella de Il Padrino.

Il padrino, 1972

La morbidezza

La morbidezza è la sensazione di rotondità e armonia. Un vino morbido non graffia, non asciuga, non spigola. Avvolge il palato in modo gentile. Dipende principalmente da alcol, zuccheri e tannini ben integrati. È l’eleganza che non ha bisogno di alzare la voce.

La freschezza

La freschezza è legata all’acidità. È quella sensazione che fa venire l’acquolina in bocca e rende il vino dinamico, vivo, scattante.



Serve davvero sapere queste cose per godersi un calice?
No, ma se il vino ha qualcosa da dire… tanto vale parlare la sua lingua!

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